22 Set

Non solo vino: Energia dall’uva

Non solo vino: Energia dall’uva

Cresce costantemente il numero di aziende che realizzano cicli produttivi piu’ efficienti energeticamente e soprattutto ecologicamente. L’ obiettivo di ridurre gli scarti, ha coinvolto il mondo del vino.
Dell’uva non si butta via (quasi) niente. Potrebbe essere questo il motto di una campagna dedicata alla vite. E questo perché, con la crescita della bioeconomia, sono sempre più le soluzioni che riutilizzano quelli considerati un tempo scarti, dalla buccia degli acini alle vinacce.

 

vino2E se al Vinitaly 2016 si è visto che sono sempre di più le società che trovano nuovi modi per utilizzare gli scarti della produzione del vino, come ad esempio dalla stampa alle etichette resistenti all’umidità per i prodotti alimentari usata da Favini, la storica cartiera che ha lanciato il suo nuovo prodotto Crush Uva.

Grazie alla ricerca scientifica si è dimostrato come le bucce e i semi d’uva, dopo il processo di vinificazione, contengano ancora una buona quantità di polifenoli, molecole dal forte potere antiossidante. Ecco allora nascere negli anni tutta una serie di prodotti cosmetici “antiage”, e che agiscono quindi contro l’invecchiamento della cellula, combattendo i cosiddetti radicali liberi.

La fine del ciclo arriva successivamente, quando le vinacce sono state deprivate della loro parte alcolica, per produrre distillati come la grappa, e possono essere ancora impiegate per produrre energia elettrica. Lo fa la Bonollo, ad esempio, che produce “l’intero fabbisogno di energia termica per ottenere il vapore necessario alla distillazione attraverso l’impiego delle buccette d’uva che vengono essiccate dopo la distillazione”.

E’ possibile quindi avere energia rinnovabile dagli scarti di lavorazione dell’uva e dal biogas prodotto depurando i residui della distillazione come alla vitivinicola Caviro. Una realtà possibile che consente all’azienda  – cui fanno riferimento 41 cantine associate e 20 mila viticoltori in tutta Italia – di alimentare le sue attività senza pesare sull’ambiente.

L’impianto vicino Faenza, avviato durante la crisi del petrolio degli anni ’70,  oggi consente di soddisfare al 100% il fabbisogno termico ed elettrico dell’azienda.

Grazie alla combustione delle biomasse (cioè gli scarti di lavorazione vitivinicola), produce il calore necessario a trasformare l’acqua presente nel sistema in vapore per la centrale termoelettrica. Una parte di questo vapore, ad alta pressione e temperatura, viene utilizzata direttamente nel processo di distillazione, l’altra aziona dei turboalternatori per la produzione di una frazione dell’elettricità necessaria all’azienda. La centrale completa l’opera attraverso dei generatori a biogas(prodotto dalla depurazione dei residui di distillazione) che forniscono l’energia elettrica mancante. Con notevoli surplus di elettricità che viene ceduto alla rete pubblica.

Ciò evita l’immissione in atmosfera di circa 23 mila tonnellate annue di CO2 e non si hanno problemi di smaltimento degli scarti perché tutto viene riutilizzato.

Gli scarti di lavorazione del settore agro-alimentare per la produzione di nuovi prodotti, si rivelano essere una vera miniera, sia dal punto di vista del mercato, che dell’indotto creato. Secondo una ricerca condotta dal centro studi di Intesa Sanpaolo, in Italia il giro d’affari coperto dalla bioeconomia è pari a 241 miliardi di euro, occupando circa 1,6 milioni di persone.